Questioni di sesso/questioni di arte


30,5 MLN

Orazio Gentileschi, “Danae”

 

La Old Master Week di New York (link>>) si avvia alla conclusione in una “pioggia dorata”.

E qualora Freud non avesse già fatto la sua parte, e qualora il doppio senso non fosse troppo esplicito, lo chiarifichiamo meglio in questa sede: è solo una questione di sesso. Urofilia, pissing, nello specifico. Autore, provenienza, qualità, periodo, soggetto e poi ancora conservazione, underdrawing, corpus peritale non si avvicinano neanche a quel benedetto noumeno, lambiscono il senso del valore di un’opera, ma sono lontani dal definirne il prezzo. La Deminghiana lezione per cui “tutti i modelli sono sbagliati, ma alcuni sono utili” nel dipartimento Sotheby’s Old Masters di New York l’hanno finalmente fatta propria. E come potrebbe essere altrimenti con dei vicini cool come quelli del dipartimento di Arte Contemporanea? E’ andata come nella più classica commediaccia adolescenziale: la ragazza un po’ dimessa e con gli occhialoni (ma che, in fondo in fondo, lo vedi che è tutt’altro che brutta) ha preso coscienza di sé, ha sciolto i capelli, indossato le lenti a contatto e ha concluso il ballo di fine anno col più bello della scuola. Perché, diciamolo chiaramente: per non vedere le potenzialità della ragazza bisognava essere ciechi, ma convincerla ad abbandonare la tranquillizzante sicurezza della sua armatura nerd era tutt’altro che facile. La stima ed il battage attorno alla Danae, ancor prima dell’aggiudicazione monstre di ieri, sono stati tutto questo. Ci voleva coraggio a chiedere quella cifra, non certo perché l’opera non fosse convincente (ricordate la storiella della ragazza?), ma perché il rischio sarebbe stato quello di essere derisi da tutta la scuola se nessun quarterback avesse accettato il ballo (oops, sono ricascato nella metafora).

La palma dello sfigato, ora, va di diritto a chi ancora tituba: “siamo lontani dai valori massimi di un Wharol o di un Rothko”, tralasciando una (forse triste) verità: Orazio Gentileschi, quando non del tutto sconosciuto, il grande pubblico lo qualifica come “il padre di Artemisia”, quasi a negargli una dignità propria. Verrebbe da chiedersi: e se fosse stato Guido Reni? E se, consentiamoci l’ipotetica dell’impossibile, fosse stato Caravaggio? Quale sarebbe stata la sua stima, quale la sua aggiudicazione? In questo perverso gioco, può venirci in soccorso Raffaello, aggiudicato proprio la sera prima della Danae: un “francobollo”, non certo al meglio delle capacità dell’Urbinate, di poco più di una decina di cm e forse anche un po’ sofferente, battuto per 3,25 Mln. Una follia? No Mister, si chiama Raffaello. E un opera ed il suo valore, chi tratta il contemporaneo lo ha capito bene, trascendono le logiche ferree di una valutazione oggettiva per attingere all’emozionalità e all’istinto del potenziale compratore. Su quelle corde occorre continuare a lavorare per rilanciare l’immagine della ragazza un po’ dimessa ma di bell’aspetto che ha concluso alla grande il suo ballo scolastico. In caso contrario le sua esperienze col sesso, col pissing, rischiano di rimanere un caso isolato.

Francesco Occhinegro