Il MilioNardo, capitolo 2


I Love meme

 

Il mistero è durato meno del previsto: da un paio giorni è saltato fuori il nome dell’acquirente del Salvator Mundi.

Bader bin Abdullah bin Mohammed bin Farhan al-Saud, che facciamo prima a chiamare semplicemente “uno sceicco” di un ramo-collaterale-cadetto-minore che in sostanza si ricollega al più discusso personaggio del mondo arabo al momento, Mohammed bin Salman, il famoso erede al trono saudita.

La notizia è esplosiva, perchè il quadro entrerà a far parte del Louvre Abu Dhabi come dono da parte dell’acquirente.

Un museo che, fino ad ora, non si era sbilanciato in acquisti diretti nè verso l’arte sacra nè verso gli old masters, tradizionalmente troppo legati all’Occidente ed al suo sistema di valori.

Ma le cose, si sa, prima o poi devono cambiare. E così, tra un complotto di palazzo, un giro di vite e un autoritarismo illuminato, MBS (come è soprannominato il principe ereditario) segna -con un’opera d’arte- una svolta epocale nel modo arabo di concepire lusso, potere, cultura e civiltà.

L’opera, che evidentemente non deve più essere percepita come problematica in funzione del soggetto, è uno schiaffo morale alla gerontocrazia tradizionalista araba che, pare, sia un cancro istituzionale degno del peggiore poltronismo  della politica de’ noi altri (e di cui il nostro piccolo Aladin sta facendo piazza pulita senza troppe remore).

Ma è una bella lezioncina anche per gli irriducibili gerontocrati del mondo artistico di casa nostra.

Infatti, mentre il mercato degli old masters pare letteralmente preso d’assalto da un’euforia post leonardo (basta vedere i risultati delle tornate pre-natalizie di Christie’s e Sotheby’s) e la vendite di modern e contemporary navigano letteralmente in un mare di sangue, è evidente che una nuova generazione di collezionisti internazionali si sta facendo portatrice di un conflitto generazionale tutto incentrato sul concetto di “vecchio” e “nuovo”, in una maniera totalmente diversa rispetto alla generazione che l’ha preceduta.

 

Marina Abramovic, un suo tipico estimatore e una povera disgraziata mentre riflettono sulla faccenda

Dialogo VS Monologo

Bellezza VS Speculazione

Fluidità VS Immobilismo

E poichè il mondo è sempre meno interessato alle parole e sempre più influenzato dalle immagini, è chiaro che Leonardo vince, come vincono Bruegel, Botticelli, Caravaggio, per una generazione che, alle parole non-parole dei luoghi non-luoghi dell’arte non-arte dei tanti curatori non-curatori contemporanei (e chissà se gli piacerebbe essere pagati coi soldi-non soldi?) preferisce Instagram, quel meraviglioso bulldozer che sta asfaltando e distruggendo un sistema in maniera irreversibile, che crea un rapporto diretto tra opera d’arte e fruitore (così come internet in generale,  praticamente per qualsiasi campo della vita) rimescolando i significati, le associazioni visive e gli scopi stessi dell’arte.

 

Ma che ne sanno i 2000 ? per dire….

 

Ed è un male, come alcuni tuonano, che questo nuovo tipo di interesse sia “senza filtri”? Che non tenga conto delle scuole pittoriche, dei dati storici, della contestualizzazione filologica, della museologia e della semantica storicistica?

No. Del resto lo riassume bene il motto del Louvre Abu Dhabi: “See humanity in a new light”. Un mondo nuovo con nuovi sguardi, dove non esiste più antico o moderno, ma solo ciò che è veramente eterno, capace di comunicare qualcosa all’Uomo in quanto tale.

Tutto il resto, si, è la proverbiale noia della canzone (laddove non un vero e proprio schifo), come ha magistralmente riassunto il film vincitore dell’ultimo festival di Cannes (rimosso come un trauma da tutti fanatici dell’arte contemporanea) The Square, affresco implacabile sul senso di desolazione e vuoto con il quale una certa arte ha causato l’occlusione intestinale che la nostra cultura si trova attualmente a vivere.

Ma ancora un pò di pazienza. E vedrete che il lassativo comincerà a fare effetto.

Wake up, Honey.